L’altra sera, a cena con amici, cercavamo possibili mete per le vacanze estive sulle mappe di Google, che ci proponeva località scritte in alfabeti poco familiari. Con tono leggero qualcuno si interrogava sul perché non adottino tutti il semplice alfabeto latino, al che scherzando ho proposto che non sappiamo nemmeno “quale alfabeto useranno i nostri nipoti.”
Era una battuta. Ma la ragione per cui mi è uscita quella frase è che mi era rimasto in mente un passaggio di Ray Dalio pubblicato pochi giorni dopo la Munich Security Conference: “It’s official: the world order has broken down”.

Secondo Dalio siamo entrati in quella che lui chiama una fase di “grande disordine”, in cui le regole internazionali contano meno della forza e la competizione tra potenze torna a essere la logica dominante.
Non so se sia corretto dire che l’ordine mondiale sia “finito”. Le formule drastiche aiutano a chiarire, ma rischiano anche di semplificare troppo. In ogni caso, la domanda che mi interessa non è nemmeno capire se l’ordine sia rotto. Piuttosto: se è così, quale ordine sta nascendo al suo posto?
E soprattutto: che ruolo vuole avere l’Europa dentro quel nuovo equilibrio?
L’osservazione di Dalio non nasce nel vuoto. Alla Munich Security Conference 2026 diversi leader hanno riconosciuto che il sistema costruito dopo il 1945 non è più sufficiente a garantire stabilità. Si parla apertamente di ritorno della “great power politics”, di nuova era geopolitica, di necessità per l’Europa di ripensare la propria architettura di sicurezza. Lo dice anche il Munich Security Report 2026 dal titolo significativo: “Under Destruction”.
È un cambio di fase.
Per trent’anni l’Europa ha potuto vivere dentro una cornice relativamente stabile: sicurezza garantita in larga parte dagli Stati Uniti, integrazione economica come motore di prosperità, allargamento come orizzonte politico. Oggi quella cornice è più fragile.
Non perché l’alleanza atlantica sia finita, ma perché il mondo è tornato a essere più competitivo, più transazionale, più instabile. In un contesto così, non basta invocare le regole – non se non ci sono organismi in grado di assicurarne il rispetto – ma serve la capacità di incidere su di esse.
Il punto, alla fine, è meno “quali regole” e più “chi è in grado di farle valere”. Senza capacità istituzionale, le regole restano dichiarazioni: belle, ma leggere.
Ogni ordine internazionale nasce da un equilibrio di potere e da un compromesso politico. Se davvero siamo in una fase di transizione, allora la questione diventa progettuale: quali istituzioni, quali regole, quali rapporti di forza caratterizzeranno il prossimo?
Qui entra in gioco l’Europa: se resta un insieme di Stati che reagiscono separatamente, il nuovo ordine verrà scritto altrove, se diventa un soggetto politico coerente, può contribuire a scriverlo.
Non è una questione ideologica. È una questione di scala e per essere un attore politico credibile in un mondo più competitivo, l’Europa deve dotarsi di strumenti adeguati alla scala delle sfide.
Questo significa, a mio giudizio:
- Capacità fiscale comune per beni pubblici europei. Non per “mutualizzare” inefficienze, ma per finanziare ciò che nessuno Stato può garantire da solo alla stessa scala: difesa, energia, tecnologia, infrastrutture strategiche.
- Capacità integrata di sicurezza e politica estera. Che prenda la forma di un esercito federale o di un coordinamento stabile conta meno dell’esito: una capacità europea che abbia catena decisionale chiara, continuità e responsabilità politica riconoscibile.
- Capacità decisionale: ridurre lo stallo strutturale. Un sistema bloccato dal veto permanente non è prudente: è fragile. In una fase competitiva, la lentezza diventa una vulnerabilità.
- Capacità democratica proporzionata ai nuovi poteri. Se si chiede più integrazione fiscale e più peso geopolitico, serve un controllo democratico altrettanto forte. Questa è una condizione imprescindibile.
L’Europa politica non può essere solo un coordinamento tra governi. Deve avere una leadership direttamente eletta dai cittadini europei, con un mandato chiaro e la legittimità per assumere decisioni che valgano per tutto il continente.
Tornando all’alfabeto, quando ho parlato dell’alfabeto dei miei nipoti, stavo scherzando. Ma la domanda di fondo – di cui l’alfabeto è solo il simbolo – resta: chi deciderà le nuove regole?
In un mondo che cambia fase, chi non costruisce strumenti adeguati finisce per adattarsi alle decisioni altrui. L’Europa deve decidere se limitarsi ad assistere o contribuire a scrivere le regole del prossimo capitolo.
È il tempo delle scelte.

Condivido pensiero e riflessioni. La sensazione agrodolce è la constatazione che oggi, nonostante le guerre in atto, non vedo una coscienza critica o un leader in grado di far decollare un progetto europeo con queste caratteristiche.
Grazie Antonio, condivido molto il punto sulla necessità di una coscienza critica. È difficile che emerga nei momenti di crisi se prima non si è formata, anche lentamente, attraverso attivazione individuale, confronto pubblico e coinvolgimento della società, anche a partire dalla cerchia degli amici o dalle conversazioni quotidiane. Proprio per questo credo che il prossimo progetto europeo possa nascere dalla maturazione di una consapevolezza diffusa più che dall’attesa di un leader politico che porti la soluzione.
La potenza senza controllo é nulla …c’è bisogno di una guida in ogni processo.