Sono rientrato da un breve viaggio in Andalusia, una regione della Spagna che ha visto un’epoca di straordinaria convivenza tra diverse culture e religioni durante il periodo conosciuto come “al-Andalus” dove musulmani, cristiani ed ebrei hanno coesistito in una relativa armonia, contribuendo alla fioritura dell’arte, della scienza e della cultura.
Quando posso visito la Moschea Cattedrale di Cordoba, un monumento che per me rappresenta un potente simbolo di tolleranza religiosa, nonostante le tensioni e i conflitti del passato: è un promemoria architettonico della possibilità di coesistenza pacifica tra diverse fedi e culture, un riferimento per le società multireligiose e multiculturali di oggi.

Ammirando l’infinità di questo luogo ad un mese dall’inizio della nuova guerra in medio oriente, una delle questioni più complesse e delicate del nostro tempo, mi sono ritrovato a riflettere sulla possibilità di trovare sulla questione un approccio equilibrato e positivo.
Per farlo vanno certo considerate le radici storiche del conflitto e le complessità ad esso associate, come la questione dei rifugiati palestinesi, le critiche alle azioni del governo israeliano, tra cui insediamenti illegali, il blocco di Gaza e il trattamento dei prigionieri palestinesi ma la situazione attuale, le violenze degli attacchi di Hamas e la smisurata risposta israeliana, richiede l’avvio urgente di un processo di pace che garantisca i diritti e le aspirazioni di entrambe le parti coinvolte.
Dall’inizio di ottobre ci stiamo tutti interrogando su cosa sia giusto e cosa sia lecito, abbiamo studiato i termini del diritto internazionale e compreso la difficoltà di arrivare a conclusioni condivise su questo conflitto secolare, anche tra gli esperti e nelle istituzioni internazionali.
Ma la vera empasse è morale, perché continuiamo a discutere pensando di poter quantificare cosa sia giusto confrontando i numeri dei morti, o se siano più o meno bambini quelli dell’una e dell’altra parte, combattenti o civili. In parte siamo manipolati a farlo dalle parti in causa, ma è un’equivalenza falsa, che non ha soluzione!
Così assistiamo, attoniti, a quanto ancora si possano stirare i confini della nostra morale.
Non siamo i soli, a quanto pare il mondo arabo nutre gli stessi scrupoli e anche i più agguerriti come Hezbollah non si sono per ora attivati. Il punto di saturazione non è raggiunto e abbiamo più tempo di quanto immaginato per risolvere le cose.
Tuttavia il protrarsi della situazione attuale produce effetti devastanti sulla popolazione di Gaza e scorie dannose come le nuove violenze negli insediamenti in Cisgiordania e il risveglio di un sopito sentimento antisemita, persino in Europa.
La grafica viene dall’articolo di Bloomberg e riporta dati satellitari – i più oggettivi che ho trovato sinora – sull’impatto del conflitto a Gaza.
Bisogna perciò concentrarsi sul futuro ed affrontare i problemi umanitari urgenti in questa regione ricordando che la pace, la giustizia e i diritti umani devono sempre essere perseguiti.

