E’ arrivato il momento di esaminare la proposta di riforma costituzionale del governo, sulla quale vorrei esprimere alcune preoccupazioni e provare a suggerire come spunto alcune alternative concrete che ritengo più in linea con una visione di democrazia aperta e inclusiva.
Partirei dall’elefante nella stanza, cioè dalla effettiva utilità della proposta di conferire maggiori poteri al presidente del Consiglio dei ministri, che mi lascia perplesso. Mi spiego.
La proposta è figlia di una cultura per cui governare richiede di concentrare il potere nelle mani del capo, limitare il ruolo degli organi di garanzia attraverso l’elezione diretta del premier, neutralizzando così le già aride dinamiche politiche e ‘blindarlo‘ con una disposizione anti-ribaltone impermeabile anche a cambiamenti politici o crisi globali.

Infatti l’elevatissimo premio elettorale del 55%, senza soglia minima di accesso per la coalizione vincente, ha l’unico obiettivo di consolidare la posizione del Premier sul Parlamento e va interamente a scapito del Parlamento e della rappresentanza democratica.
E’ una visione diametralmente opposta alla mia, infatti credo che il problema italiano non stia nella forza dell’esecutivo ma semmai proprio nella debolezza dell’azione del Parlamento, che dovrebbe essere al centro della nostra attenzione e dotato di meccanismi di elezione e funzionamento che permettano di promuovere il dialogo e il compromesso.
Invece di concentrare ulteriormente il potere dovremmo esplorare riforme che rendano i lavori del Parlamento più efficienti, ad esempio con l’istituzione di commissioni bipartisan sulle questioni chiave, e la proposta politica di maggiore qualità.
E’ una criticità che a mio parere sta a monte, nel il sistema elettorale attuale e nella forma dei partiti che ne deriva.
Il sistema maggioritario, come l’abbiamo adottato in Italia, non ha dato i frutti sperati anzi, ha dimostrato enormi limiti nella promozione di un dialogo ampio e nella formazione di una classe politica adeguata: nella pratica induce gli eletti a seguire rigidamente la linea di partito per essere candidati prima e ricandidati poi e la riforma Meloni peggiora persino questo aspetto.
Sono invece convinto che sia necessario lasciarsi alle spalle l’abominio delle coalizioni e esplorare un sistema proporzionale che incoraggi la diversità di pensiero, prevenga la polarizzazione e permetta una rappresentanza accurata. Ovvero una ricetta diametralmente opposta a quella proposta della Meloni.
Suggerisco la lettura dell’articolo Le insidie del premierato, di Claudio De Fiores e Michele Della Morte su la rivista il Mulino di cui condivido la critica alla disposizione anti-ribaltone e al premio di maggioranza e l’opinione che queste misure -che come ho scritto trovo inutili e ingiustificate rispetto all’obiettivo della buona politica- possano minare la flessibilità e la rappresentanza democratica.
