La Nuova Politica: delega o partecipazione?

La scorsa settimana ci siamo riuniti con Barbara Minghetti e i rappresentanti delle liste della nostra coalizione, uscita sconfitta al ballottaggio di fine giugno.

Si è trattato da un lato di dedicare un primo momento al confronto e all’analisi condivisa dei risultati, ma è stata anche l’occasione per discutere quale sia il lavoro da fare nel prossimo futuro.

Naturalmente ci sono stati vari piani di discussione e ce ne sono molti anche di lettura, aspetti politici e tecnici, ma l’analisi è rimasta molto circostanziata. Razionalizzare richiede tempo, ma ci sono secondo me alcuni aspetti delle vicende comasche da cui si può trarre spunto per individuare un indirizzo di lavoro.

Comincerei dall’elefante nella stanza, ovvero i 40.185 astenuti di Como.. è un numero impressionante. Metto il grafico perchè l’immagine aiuta a spiegare le proporzioni.

Ho letto e ascoltato nel post-voto le riflessioni dei protagonisti della vita politica cittadina, molto si è detto sulle percentuali ottenute e molto poco su come mettere questo tema, che mi sembra essenziale, al centro dell’agenda politica.

Se quasi il 56% dei cittadini non vota significa che quanto fatto in passato è molto sbagliato non tanto in termini di azione amministrativa, non è questo il punto che voglio fare, ma proprio nelle politiche adottate per favorire per la partecipazione.

Capisco che sia più facile mantenere le posizioni esistenti contando su un bacino di voti stabile se il paniere è piccolo, ma l’approccio da ‘minima spesa massima resa’ non fa l’interesse collettivo, alla lunga – si è visto – non rende e tantomeno produce buona politica.

I partiti hanno la responsabilità di rinnovare costantemente la proposta, assicurare il ricambio e la selezione della classe dirigente e il dovere di ricercare non solo il consenso ma la massima partecipazione possibile.

Se questo non accade, se le persone non sono motivate a partecipare alla vita politica, diventa possibile persino in una città capoluogo grande come Como che ad avere i numeri sia una piccola lista civica il cui programma si riassume nella delega al capo popolo.

Ed in effetti questa è proprio questa la seconda riflessione che vorrei fare, dove si spegne la politica come forma partecipata resta la politica come forma di delega: “è in Comune da 15 anni e sa cosa serve” – la lista Rapinese ha costruito questa narrazione attorno alla ricetta dell’uomo forte che ha in tasca la soluzione ai mali della città, populismo anti sistema fuori tempo massimo, eppure funziona.

Almeno funziona per l’11% dei cittadini e gli altri se lo faranno funzionare, diciamo così. La politica della delega non è una novità e può certamente orientare il voto, ma dubito che possa mandare alle urne chi non ci va più.

Io credo invece che lo possa fare la politica delle idee e che a coinvolgere le persone sia la voglia di progettare insieme il futuro, di formarsi l’idea di società immaginando un nuovo quotidiano partendo dalle nostre comunità.

Non so quale sarà il modello di politica del futuro, ma di certo dovremo dare risposta ad aspettative che ancora nessuno ha saputo interpretare, quelle del 56% di cittadini a cui non importa più.

Volendo far crescere un partito piccolo ma con grandi ambizioni, mi interrogo su quale sia la strada migliore per comprenderle e quali possano essere le motivazioni, gli strumenti e le forme che dovremo mettere in campo per stimolare una domanda di partecipazione che oggi è latente.

Rispondi