Non mi serve niente, grazie: spunti per il referendum sulla giustizia

Avete presente quella sensazione che si prova quando un venditore insistente cerca di piazzarvi qualcosa a tutti i costi? Ecco: negli ultimi tempi mi sono sentito così. Non rispetto alla riforma della giustizia in sé, ma rispetto al modo in cui me ne è stato parlato.

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Premessa utile: non ho un pregiudizio sulla separazione delle carriere. Quando la riforma è arrivata in Parlamento, ero anche incline a valutarla positivamente. L’idea che un magistrato non possa passare nel corso della carriera dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti non mi sembra, in astratto, irragionevole.

Ma proprio quell’insistenza — insieme al fatto che una riforma che tocca sette articoli della Costituzione sia arrivata senza un consenso largo — mi ha spinto ad approfondire. E approfondendo mi sono fermato.

La prima ragione riguarda l’argomento più serio a favore del Sì — quello che torna nelle conversazioni reali più che nei comunicati. Parlando con amici avvocati sento ripetere che quando un magistrato sbaglia, può distruggere una vita, citano tutti il caso di Tortora, e troppo spesso il sistema non dà l’impressione di saper reagire in modo adeguato. Il problema esiste. La domanda, però, è un’altra: questa riforma lo risolve davvero? Io penso di no.

Separare le carriere non introduce, di per sé, una diversa responsabilità civile dei magistrati.

E soprattutto non risolve i problemi concreti di cittadini e aziende. Non riduce i tempi dei processi. Non smaltisce l’arretrato. Non colma la carenza di personale amministrativo e giudiziario. Sul piano disciplinare, la riforma prevede una nuova Alta Corte disciplinare — ma molto del funzionamento concreto dipenderà dalle norme di attuazione successive. Non stiamo votando una soluzione già definita nei suoi effetti pratici, ma una cornice costituzionale il cui impatto reale dipenderà in misura importante da scelte ancora da scrivere.

C’è poi un punto tecnico che nel dibattito pubblico vedo richiamato troppo poco. Giorgio Lattanzi, ex presidente della Corte costituzionale e voce dichiaratamente contraria alla riforma, porta un rilievo verificabile indipendentemente dalla sua posizione: il pubblico ministero non è il simmetrico dell’avvocato difensore. Il PM è un organo di giustizia — la sua funzione non è “vincere” il processo, ma concorrere all’accertamento della verità e all’applicazione della legge. La Corte costituzionale lo ha affermato in più occasioni: il pubblico ministero è un magistrato appartenente all’ordine giudiziario, agisce a tutela dell’interesse generale all’osservanza della legge e non è un mero accusatore, tanto che deve ricercare anche gli elementi favorevoli all’imputato e può concludere per il suo proscioglimento.

Per questo faccio fatica a convincermi quando l’intera riforma viene raccontata come se accusa e difesa fossero semplicemente due parti speculari.

E poi c’è un problema di fondo di metodo democratico, perché la riforma rimanda molto a future decisioni e norme attuative. Penso alla composizione degli organi, ai criteri di selezione, alle procedure, all’equilibrio concreto del nuovo assetto. Quando voti una riforma costituzionale, dovresti poter valutare con ragionevole chiarezza anche il suo funzionamento concreto, non decidere dal titolo.

Per questo sono orientato a votare No. Senza certezze assolute: sulle riforme istituzionali è salutare ponderare bene, e le ragioni del Sì meritano rispetto anche quando non le condivido. Ma con sufficiente convinzione da non sentirmi obbligato a cambiare idea solo per stare dalla parte giusta della stanza.

Chiunque voti, voti. E chiunque abbia ragioni diverse dalle mie, me le spieghi — senza provare a vendermi spazzole.

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