Stasera ascoltavo Bersani dire in tv che gli italiani tengono alla Costituzione. Mi è sembrato uno spunto utile per tornare su un aspetto che il risultato di domenica scorsa ha reso visibile: non il referendum in sé, su cui mi sono già espresso, ma quello che quel risultato mostra se lo metti in fila con gli altri.

Dal 2001 a oggi ci siamo espressi su modifiche alla Costituzione cinque volte. Tre volte su cinque abbiamo detto no. Le due eccezioni — 2001 e 2020 — hanno caratteristiche così specifiche da non contraddire la tendenza, ma da aiutarci a capirla meglio.
Nel 2001 passa la riforma che ridisegna i rapporti tra Stato e Regioni. Formalmente è una vittoria del Sì, ma con una partecipazione così bassa da rendere difficile leggerla come un mandato popolare forte.
Nel 2006 viene bocciata la riforma Berlusconi, che metteva mano alla Parte II della Costituzione, dal Parlamento alla cosiddetta devolution. Nel 2016 tocca alla riforma Renzi sul bicameralismo e sul Senato: anche lì la sconfitta è netta, e da allora molti hanno letto quel voto come il punto più alto della personalizzazione di un referendum costituzionale.
Nel 2020 c’è l’eccezione più importante: passa il taglio dei parlamentari, con un consenso largo, trasversale e senza che nessun leader lo trasformi in una scommessa personale. È l’unico caso in cui una riforma di rilievo passa con chiarezza.
Nel 2026, domenica scorsa, il No alla separazione delle carriere in magistratura torna a prevalere. È il terzo No in cinque consultazioni su riforme strutturali.
La lettura più comoda è che gli italiani siano conservatori per natura, o — per usare la formula di Bersani — particolarmente attaccati alla Costituzione. Non è una lettura sbagliata, ma mi sembra incompleta.
Se fosse solo deferenza verso la Carta, il 2020 sarebbe difficile da spiegare. Ridurre di oltre un terzo il numero dei parlamentari è un cambiamento costituzionale significativo quanto qualsiasi altro. Questo, da solo, basta a dire che gli italiani non reagiscono sempre alle riforme costituzionali nello stesso modo.
Le riforme approvate sembrano avere alcune cose in comune: un quesito semplice e comprensibile, un consenso trasversale tra i partiti, nessun leader che le abbia trasformate in una scommessa sulla propria sopravvivenza politica. Nel 2020, in più, il messaggio era chiarissimo: votare Sì significava togliere qualcosa alla politica, non darle qualcosa.
Le riforme bocciate mostrano caratteristiche quasi opposte: testi più lunghi e complessi, che toccano più equilibri insieme; campagne in cui il governo ci mette la faccia; opposizioni motivate a mobilitare. Nel 2016, in particolare, questa componente politica è stata evidente.
C’è un dato del 2026 che trovo interessante: nell’exit poll di YouTrend, il 61% di chi ha votato No ha indicato come motivo principale il non voler modificare la Costituzione. Questo mi sembra dire una cosa abbastanza semplice: quando una riforma costituzionale appare complessa e i suoi effetti non sono immediatamente comprensibili, chi vota senza essere né esperto né militante tende a scegliere il non-cambiamento. Non per pigrizia, ma perché in condizioni di incertezza mantenere ciò che si conosce è spesso la scelta più razionale.
Questo meccanismo ha anche un nome nella letteratura sulle scelte pubbliche: si chiama status quo bias. Non è un tratto del carattere italiano, ma una risposta normale all’asimmetria informativa, e sembra attenuarsi quando quella asimmetria si riduce: quando il quesito è semplice, quando c’è consenso trasversale, quando il cambiamento proposto è comprensibile e percepito come nell’interesse di chi vota. Senza escludere che, in alcuni casi, il referendum costituzionale diventi anche un voto sul governo che lo promuove.
Guardando i cinque casi insieme mi sembra di poter dire che la Costituzione in Italia non è intoccabile. Ma il consenso per cambiarla sembra richiedere condizioni più esigenti di quanto spesso immagini chi annuncia una riforma.
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