E così è di nuovo emergenza energetica. Verrebbe quasi da leggerci una piccola rivincita alla pompa per chi aveva scelto l’elettrico invece del diesel.
Ma c’è poco da scherzare.

Questa nuova crisi rivela soprattutto il costo delle scelte strategiche non fatte. Ogni volta che l’emergenza arriva, la politica trova strumenti per attenuarne gli effetti immediati; molto più raramente riesce a ridurne i costi di lungo periodo.
Anche sul terreno dell’energia continuiamo a gestire i sintomi di decisioni rinviate troppo a lungo. Così ci ritroviamo a prendere misure ragionevoli nel breve, che però, non accompagnate da scelte strutturali, finiscono per rafforzare la dipendenza da cui vorremmo uscire.
Dopo il febbraio 2022, l’Europa ha ridotto la dipendenza dai gasdotti russi aprendo i terminali di rigassificazione per ricevere gas liquefatto via mare. Era una risposta necessaria. Ma ha lasciato intatto un problema di fondo: abbiamo sostituito forniture rigide ma prevedibili, contrattualmente protette e relativamente stabili sul prezzo, con un mercato più flessibile ma molto più esposto alla concorrenza globale. Il GNL via mare non arriva semplicemente dove serve: arriva dove conviene venderlo.
Così, quando la crisi su Hormuz ha rimesso sotto pressione il traffico energetico, l’Europa ha visto riemergere una vulnerabilità che non aveva eliminato, ma solo trasformato. Diversi osservatori hanno segnalato carichi di GNL dirottati verso l’Asia, dove i prezzi erano più alti. Il punto, al di là del singolo episodio, è che la diversificazione tecnica non coincide automaticamente con la sicurezza strategica.
Anche nella discussione europea sull’energia si vede la difficoltà di convergere su un impianto strategico comune. Mentre Ursula von der Leyen annunciava un fondo da 30 miliardi per la decarbonizzazione industriale finanziato con le quote ETS, paesi come l’Italia chiedevano di sospendere proprio quel meccanismo per alleggerire i costi energetici alle imprese. Il conflitto tra protezione nel breve e traiettoria nel lungo continua così a presentarsi come attrito tecnico, invece che come scelta esplicita dei governi. E questo rende più difficile valutarne la direzione, i costi distribuiti, le priorità reali.
In Italia lo schema si vede ancora meglio, quasi “a bilancio”. Nell’arco di pochi giorni, da un lato lo Stato finanzia il sollievo immediato sui combustibili fossili; dall’altro interviene sugli incentivi alla transizione in modo incerto e correttivo.
Il 18 marzo il Consiglio dei ministri ha approvato un taglio delle accise sui carburanti di 25 centesimi al litro per venti giorni, accompagnato da altri sostegni e finanziato con tagli trasversali. La logica politica della misura è evidente: il prezzo alla pompa è visibile, immediato, percepibile dal cittadino il giorno stesso. Rimane però sullo sfondo il suo limite: è una misura generalizzata, che distribuisce il beneficio in modo poco selettivo.
La settimana dopo, il governo ha modificato Transizione 5.0, riducendo fortemente il beneficio atteso per le imprese “esodate” e facendo temere un drastico ridimensionamento degli incentivi. Poi, sotto la pressione del sistema produttivo, è arrivata la correzione: il ministro Urso ha annunciato una soluzione da 1,5 miliardi, che porta il credito d’imposta fino al 90% e, per alcuni investimenti, al 100%; la stampa ha parlato apertamente di retromarcia del governo e di ripristino integrale dei fondi previsti in manovra, con risorse aggiuntive.
Questa novità non smentisce il problema. Lo sposta. Il punto non è più soltanto il taglio, ma l’instabilità della cornice pubblica. Se una politica industriale cambia direzione nel giro di pochi giorni, tra riduzioni, proteste e ripristini, la fiducia nelle regole si indebolisce comunque. Anche la retromarcia, da questo punto di vista, conferma il difetto di metodo: più correzioni successive che priorità dichiarate.
I due passaggi raccontano allora la stessa gerarchia sostanziale. Il sollievo immediato trova subito uno strumento visibile. La scelta strategica, invece, procede per correzioni e pressioni contrapposte. Così resta più fragile, meno credibile.
Qui sta il costo delle scelte non fatte. Il problema non è che nell’emergenza si prendano misure tampone. Sarebbe difficile immaginare il contrario. Il problema è quando i tamponi diventano il modo normale di governare l’assenza di una decisione strutturale. Arriva una crisi, si riduce temporaneamente il costo più visibile, si rinvia ancora una volta il nodo di fondo, e la vulnerabilità resta lì, pronta a riapparire alla crisi successiva.
Per questo, quando occorre prendere decisioni nei momenti di crisi, dovremmo usare almeno due criteri: se la misura sia giustificata nell’emergenza, e quale struttura finisca per consolidare. Altrimenti il problema tornerà ogni volta con un nome diverso, ma con la stessa logica.
